Da Lentepubblica.it
Consiglio dei ministri ha approvato il Documento Programmatico di Finanza Pubblica (DPFP), su proposta del ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. Il documento aggiorna le prospettive economiche del Paese e, soprattutto, traccia il percorso che accompagnerà le prossime decisioni di politica economica e la costruzione della Manovra 2027.
Il dato destinato ad attirare maggiormente l’attenzione riguarda il 2026: la previsione di crescita del Prodotto interno lordo viene portata all’1%, mentre il rapporto tra deficit e Pil dovrebbe attestarsi al 2,9%. Un decimale apparentemente piccolo, ma politicamente rilevante perché colloca il disavanzo italiano al di sotto della soglia europea del 3%.
DPFP 2026, perché il deficit al 2,9% è un dato importante
Il ritorno sotto il 3% rappresenta uno dei passaggi centrali del nuovo Documento Programmatico di Finanza Pubblica. Non significa che i problemi dei conti italiani possano considerarsi risolti, ma segna un miglioramento significativo rispetto alla fase in cui il disavanzo aveva superato ampiamente i parametri europei.
Il risultato assume particolare importanza anche alla luce della Procedura per disavanzo eccessivo aperta nei confronti dell’Italia nel 2024. Se gli andamenti indicati nel DPFP dovessero essere confermati anche dalle successive valutazioni europee, il ritorno stabilmente sotto il limite del 3% potrebbe creare le condizioni per chiudere quella fase di sorveglianza rafforzata.
La fotografia, tuttavia, deve essere osservata nella sua interezza. Il Governo prevede infatti che negli anni successivi la crescita economica continui, ma senza accelerazioni particolarmente marcate. Dopo l’1% stimato per il 2026, il Pil programmatico dovrebbe aumentare dello 0,8% nel 2027, dello 0,9% nel 2028 e nuovamente dello 0,8% nel 2029.
Si tratta quindi di uno scenario caratterizzato da una crescita positiva ma moderata. Ed è proprio questo uno degli elementi da tenere presenti quando si valutano le possibilità di intervento dello Stato: con un’economia che avanza a ritmi inferiori all’1% annuo, aumentare stabilmente le entrate e ridurre il peso del debito diventa un processo necessariamente graduale.
Deficit 2027 e 2028: perché i numeri cambiano con le clausole europee
Un altro passaggio decisivo riguarda il rapporto deficit/Pil previsto per il prossimo triennio. Qui bisogna distinguere tra lo scenario che comprende l’utilizzo della clausola nazionale di salvaguardia e quello che invece ne esclude gli effetti.
Considerando l’impiego della clausola, l’indebitamento netto programmatico viene indicato al 3,4% del Pil nel 2027, al 3,2% nel 2028 e al 2,3% nel 2029.
La fotografia cambia se dal calcolo vengono escluse le maggiori spese autorizzate attraverso questo meccanismo. In tal caso il deficit sarebbe pari al 2,8% nel 2027 e al 2,6% nel 2028, per arrivare comunque al 2,3% nel 2029.
La differenza non è soltanto contabile. Serve a comprendere perché nei prossimi due anni l’indebitamento possa temporaneamente superare il 3% senza rappresentare necessariamente un’inversione della strategia di consolidamento dei conti.
Dietro quei decimali ci sono infatti spese straordinarie legate all’energia e alla sicurezza, per le quali l’Esecutivo ha avviato la procedura prevista dalle regole europee.
Energia e sicurezza, fino a 29 miliardi nel biennio 2027-2028
Il passaggio è stato formalizzato anche attraverso la Relazione al Parlamento 2026, predisposta ai sensi dell’articolo 6 della legge n. 243 del 2012.
In seguito agli atti di indirizzo approvati dal Parlamento il 5 agosto, il Governo ha presentato alla Commissione europea, il successivo 10 settembre 2026, la richiesta per l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia con riferimento alle maggiori esigenze finanziarie riguardanti energia e sicurezza.
Le risorse potenzialmente mobilitabili raggiungono complessivamente circa 29 miliardi di euro nel biennio 2027-2028. Per ciascuna delle clausole l’impatto viene quantificato in circa lo 0,3% del Pil all’anno.
È uno degli elementi che spiegano la particolare configurazione del quadro programmatico: da una parte viene mantenuto il percorso di controllo strutturale del deficit; dall’altra viene creato uno spazio aggiuntivo per finanziare esigenze considerate eccezionali nel nuovo scenario europeo.
Per cittadini, imprese e amministrazioni pubbliche il punto da seguire nei prossimi mesi sarà soprattutto come queste risorse verranno concretamente tradotte nelle decisioni di bilancio. Il DPFP definisce infatti la cornice finanziaria, mentre saranno i successivi provvedimenti a stabilire la destinazione puntuale degli stanziamenti.
Il debito pubblico sale ancora prima di iniziare la discesa
Se il deficit offre un segnale favorevole, molto più complesso rimane il capitolo del debito pubblico italiano. Secondo lo scenario programmatico, il rapporto con il Pil dovrebbe raggiungere il 138,1% alla fine del 2026 e salire ulteriormente al 138,5% nel 2027.
Soltanto successivamente dovrebbe iniziare un’inversione della curva: il rapporto è previsto al 137,9% nel 2028 e al 136,6% nel 2029.
È probabilmente questo il dato che consente di leggere con maggiore realismo l’intero documento. Il miglioramento del deficit non equivale infatti a una rapida riduzione dello stock di debito accumulato. Le due grandezze sono collegate, ma descrivono fenomeni differenti: il disavanzo misura essenzialmente lo squilibrio annuale tra entrate e uscite pubbliche, mentre il debito rappresenta l’ammontare delle passività accumulate nel tempo.
Per questo motivo l’Italia può contemporaneamente riportare il deficit sotto il 3% e registrare ancora un incremento del rapporto debito/Pil.
La prevista discesa dal 2028 costituisce dunque uno degli obiettivi più delicati dell’intero percorso. Perché si realizzi sarà necessario mantenere sotto controllo la spesa, sostenere la crescita economica e gestire il costo degli interessi sul debito, variabile che può incidere in maniera significativa sui conti dello Stato.
Il DPFP 2026 non è una legge che introduce direttamente bonus, nuove tasse, assunzioni o aumenti delle prestazioni. È invece il documento attraverso il quale vengono definite le coordinate entro cui dovranno muoversi le successive scelte economiche del Governo.
Ed è proprio sotto questo profilo che i numeri appena approvati assumono rilievo anche per la Pubblica Amministrazione. Ministeri, enti territoriali e amministrazioni dovranno infatti confrontarsi con un quadro nel quale le risorse disponibili continueranno a essere condizionate dalla necessità di rispettare il percorso europeo della spesa e di mantenere sostenibili i conti pubblici.
La revisione della crescita all’1% offre certamente un punto di partenza migliore rispetto alle precedenti stime più prudenti. Ma non produce automaticamente miliardi liberamente utilizzabili. Il peso del debito, gli interessi e gli impegni assunti a livello europeo continueranno a limitare la possibilità di finanziare nuova spesa permanente.
La vera partita si sposta quindi sulla qualità delle scelte: non soltanto quanto spendere, ma dove concentrare le risorse disponibili. È in questo passaggio che il quadro macroeconomico del DPFP dovrà trasformarsi nelle misure concrete della prossima legge di bilancio.
Manovra 2027, la sfida sarà trovare spazio senza perdere l’equilibrio
Il messaggio che emerge dai numeri è quindi meno lineare di quanto potrebbe suggerire il semplice ritorno del deficit sotto il 3%. L’Italia entra nella preparazione della prossima Manovra con una previsione di crescita migliore, ma continua ad avere davanti un percorso stretto.
Il Pil all’1% nel 2026 e il deficit al 2,9% costituiscono due segnali favorevoli. Dall’altra parte della bilancia rimane però un debito vicino al 140% del prodotto nazionale e una crescita che, dopo il 2026, dovrebbe mantenersi sotto l’1% annuo.
A questo quadro si aggiungono le nuove necessità finanziarie connesse a energia e sicurezza. La possibilità di utilizzare fino a circa 29 miliardi nel 2027 e nel 2028 offre margini supplementari, ma si tratta di spazi legati a finalità specifiche e inseriti nelle regole europee, non di risorse prive di vincoli.
Il DPFP restituisce così l’immagine di una finanza pubblica che sta cercando di recuperare equilibrio senza rinunciare alla capacità di intervento. Il vero banco di prova arriverà con la Legge di Bilancio 2027: sarà allora che percentuali e proiezioni dovranno trasformarsi in decisioni capaci di incidere concretamente su famiglie, imprese, amministrazioni e servizi pubblici.